Storie di ordinaria Amministrazione

16 Agosto 2010
Storie di ordinaria Amministrazione
Due storie nello stesso giorno sull'atavica incapacità della nostra Pubblica Amministrazione di sfruttare le nuove tecnologie. A distanza di dodici anni, forse le cose sono cambiate, ma io non ne sono molto convinto. Non ho però nessuna intenzione di verificare di persona.

L’Italia è la sua avversione alle nuove tecnologie.

Mai stato in tribunale. L’altro giorno mi è toccato andarci. Non ero imputato per molestie verbali ad un cameriere indisponente, ancorché sicuramente colpevole. Non ero neanche accusato di indolenza agostana (colpevole ed anche recidivo).
Ero lì per fare un asseveramento. Forse tutti sanno cos’è, ma né io, né il mio Word avevamo idea di cosa fosse. Per farla breve ho dovuto ‘giurare’ sulla fedeltà di una mia traduzione di un certificato. Non ho intenzione di divagare sulla insensatezza della terminologia giuridica: non ho spazio libero sul mio hard disk e, comunque, pure noi ‘tecnologici’ non scherziamo in fatto di gergo.

Mi reco presso gli uffici del tribunale della mia città con lo stesso stato d’animo di un indagato per abigeato (non so che significa ma ho sempre sognato di usarlo). Avrò dimenticato un bollo? La domanda sarà scritta in maniera corretta? Non è che ci sono troppe righe in un foglio? Non avrò usato un carattere troppo piccolo? Non è che ho usato della carta troppo chiara?
Ero terrorizzato dai formalismi. La paura che la traduzione non potesse essere corretta non mi sfiorava neanche. Non perché io sia un abile traduttore, tutt’altro. Semplicemente avevo idea che il tribunale fosse un covo di puntigliosi discendenti di azzeccagarbugli che badano solo alla forma. Mi ero anche già preparato alla solita pratica del neofita alle prese con un ufficio pubblico: porte chiuse, nessuna indicazione di dove andare, a chi bussare, con la netta sensazione di disturbare chi sta facendo tutt’altro.
Invece no.

In quel Tribunale, visto il periodo, erano solo in tre. Una di questi era anche una mia conoscenza. La scrivania era perfettamente in ordine. A riempire il modulo ci abbiamo messo 5 minuti. Tutto estremamente veloce ed efficiente. Un durissimo colpo alla mia atavica avversione per gli Enti Pubblici ed alle loro cervellotiche procedure.

Ho avuto poco tempo per guardarmi attorno. Però durante le operazioni qualcosa l’ho notata, questa sì in linea con le migliore tradizioni italiane: faldoni ovunque. Erano dappertutto, dentro e sopra gli armadi e sulle scrivanie. Pagine e pagine, libri interi di carte, carte ed ancora carte. Faldoni di tutte le fogge e dimensioni. Qualcuno semivuoto, altri in procinto di esplodere con lo spago che faticava a trattenere quella massa informe di documenti.
Su ogni faldone c’era una bella scritta, vergata a mano con pennarello nero, che riportava il contenuto. Non c’era alcun pericolo di perdere le cose. C’era solo la certezza che nessuno sarebbe mai riusciti a trovarli se non sapeva esattamente dove cercarli.

La considerazione mi ha aperto un interrogativo. Cosa mancava in quella scrivania perfettamente in ordine? Mancava un monitor. E mancava anche un PC, quindi. Mancava quindi completamente un qualsiasi sistema di archiviazione. Ma forse quella scrivania era dedicata soltanto a banali formalità. Forse non era necessario nessun sofisticato software per mettere due firme ed un timbro. Mi convinco da solo che, una volta tanto, non c’era bisogno di alcun supporto informatico.

Ad un certo punto però, l’impiegato si ferma ad una casella del modulo. C’era da scrivere il numero progressivo del documento. Il solerte conoscente si gira, apre un cassetto e tira fuori un librone che avrebbe fatto bella figura in un film di Harry Potter. Potevo quasi sentire la scrivania trattenere il respiro, prima che la pesante copertina di quel prezioso volume si adagiasse sulla sua pregiata formica.
Nonostante l’età del tomo, non c’era polvere, segno inequivocabile di un uso frequente. L’impiegato riempie diligentemente la prima riga libera sul librone, memorizza l’ultimo numero e lo appone sul mio documento. Semplice come bere un bicchier d’acqua. Se solo avesse usato una piuma d’oca per scrivere e la ceralacca per i timbri sarebbe stato perfetto.

Cambio di scena, stesso giorno. Vado dai vigili della mia città a pagare una multa (sì, un’altra dopo quella di Edimburgo, neanche una in trent’anni e poi due in dieci giorni).
Il vigile addetto allo sportello riempie una ricevuta, me la consegna e ne poggia una copia sul suo tavolo. Tutto qui? Velocissimi ed efficienti.

Ma dove ha scritto che ho pagato? Anche qui, nessun sistema informatico, nessun software condiviso in rete, neanche un foglio excel, niente di niente. Non pretendo un sistema online come quello di Edimburgo o di tante altre città, anche italiane, che mi consenta di pagare con la carta di credito. Vorrei solo avere la certezza che qualcuno poi trascriverà da qualche parte che io ho pagato, fosse anche un librone polveroso. Sono sicuro che qualcuno lo farà, magari più tardi, con comodo, una volta al mese. Forse pagare direttamente ai vigili è così raro che non sentono la necessità di informatizzare tutta la faccenda allo sportello. Sono sicuro, basta un minimo di buon senso. Però non sono tranquillo.

Dovrò conservare la ricevuta per vent’anni. A qualcuno potrebbe venire in mente di chiedermi di nuovo i soldi. Ma non perché l’hard disk del server si è schiantato e nessuno aveva fatto il backup, ma solo perché un foglietto si è perso tra un volantino della discoteca e la ricetta per il limoncello.

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