Uno shock dal passato

10 Ottobre 2024
Uno shock dal passato
Mi sono recentemente appassionato agli “shock culturali”, cioè a quella cosa che ti succede quando viaggi o ti trasferisci in un paese straniero, con modi di vivere diversi da quelli a cui sei abituato. Mi guardo gli australiani che si domandano a cosa serva un bidet e gli italiani che si meravigliano degli americani che preferiscono morire piuttosto che chiamare un’ambulanza.

Mi sono recentemente appassionato agli “shock culturali”, cioè a quella cosa che ti succede quando viaggi o ti trasferisci in un paese straniero, con abitudini, tradizioni e modi di vivere molto diversi da quelli a cui sei abituato.
Il mio feed di TikTok è quindi pieno di australiani che si domandano a cosa serva un bidet e di italiani che inorridiscono di fronte ad americani che preferiscono morire piuttosto che chiamare un’ambulanza che li manderà inevitabilmente sul lastrico.
Ovviamente, ci sono shock un po’ più seri degli esempi citati, ma avete capito il senso. Mi piace vedere le cose a cui sono abituato da un punto di vista diverso, tanto da poter apprezzare (o disprezzare) quello a cui non facevo neanche più caso.

L’introduzione mi ha rubato metà dello spazio, ma era importante per capire cosa intendo per “shock culturale”.

E proprio recentemente mi è capitato di ricordarne uno che probabilmente ha cambiato, o perlomeno, indirizzato diversamente la mia vita. Ero un imberbe sedicenne quando i miei genitori decisero di intraprendere un viaggio negli Stati Uniti per andare a trovare i parenti americani che non vedevano da anni. Forse per approfittare di quel poco di inglese che sapevo all’epoca, forse per farmi piacere vista la mia passione per tutto ciò che era “moderno”, portarono anche me.

Nel 1976, gli Stati Uniti sarebbero stati “diversi” anche per un giovane londinese, figurarsi per un ragazzo proveniente da un paese molisano e che al massimo era stato a Roma o Pompei. Era tutto uno shock.

Ma tra le tante cose, una mi colpì profondamente e ricordo ancora nitidamente. Ero già da un po’ appassionato di musica, ascoltavo di tutto: rock, soul, qualsiasi cosa che non fosse musica italiana. La sera ascoltavo Radio Luxembourg e coltivavo l’idea di diventare uno speaker radiofonico (cosa che avvenne subito dopo il ritorno da quel viaggio).
In Italia quella musica non passava. Qualche cosa in radio, niente in tv. Era quasi clandestina, riservata a pochi intimi. E io pensavo che fosse dappertutto così.

E invece. Camminando per New York, a un certo punto mi imbatto in un enorme cartellone pubblicitario dell’ultimo album di Stevie Wonder, Songs in the key of life. Per me era come se adesso trovassi un manifesto che pubblicizza un plug-in di WordPress, tanto era assurdo per me un simile sforzo economico per un pubblico così ridotto. Scoprii quindi che la “mia” musica era clandestina solo in Italia. Stevie Wonder era popolarissimo ed era ascoltato da tutti. Arrivai quindi alla conclusione che il problema non erano i gusti degli italiani, ma quelli dei discografici, o dei programmatori delle radio. Mi buttai quindi a capofitto nelle radio pensando di poter cambiare il mondo.

Ci vollero un po’ di anni di radio private, di dediche e sequenze interminabili di Bottega dell’Arte e Homo Sapiens per capire che mi sbagliavo. Il problema sono effettivamente i gusti. Però vabbè, almeno ho imparato a stare davanti a un microfono. Un’esperienza fondamentale ora che faccio questo mestiere, soprattutto quando sei in conference call otto ore su otto. :)

Però oggi ripensavo a quell’enorme manifesto. E ho pensato, possibile che non ci sia una testimonianza, una foto, qualcosa che mi confermi che non me lo sono sognato?
Non solo c’è una foto, ma addirittura un video venduto da Shutterstock. Non so se sia illegale metterlo qui, con tanto di watermark. In attesa della mail degli avvocati, immergetevi per 6 secondi nell’atmosfera di New York degli anni 70 e provate a immaginare come possa sentirsi uno sprovveduto sedicenne molisano che parte da un posto dove il disco più venduto è dei Santo California e viene improvvisamente catapultato su un pianeta alieno.

 
E ora vado a immergermi nell’ascolto di Songs in the key of life.

PS. Quello nella foto in alto sono io, nel 1976, davanti al palazzo dell’ONU. Come vedete, la sobrietà dell’abbigliamento è sempre stato un mio carattere distintivo.