Avrete senza dubbio sentito parlare di questa “emergenza passaporti” e io stesso avevo anticipato l’argomento in un post qualche mese fa. E’ una di quelle cose che ti lasciano del tutto indifferente se non ti toccano da vicino, ma diventano un grosso problema, se non un dramma, quando ne sei coinvolto direttamente.
Io sono appena uscito dal tunnel, ho il nuovo passaporto in tasca e posso raccontare l’ennesima storia di inefficienza italica, se proprio ci tenete. Il post è lungo, ma solo perché ho dovuto condensare e tagliare, altrimenti sarebbe stato un romanzo russo dell’ottocento.

Il mio vecchio passaporto era scaduto durante la pandemia. Non appena le cose si sono normalizzate ed è riemersa la possibilità di viaggiare fuori dalle colonne d’Ercole della carta d’identità, ho intrapreso il penoso cammino che porta al rinnovo.
Una ricerca su Google e sono in un attimo sul sito della Polizia di Stato. Qui scopro che per la consegna dei documenti è necessario prendere un appuntamento. Il look del sito è terribile, una grafica da anni 90, ma dal punto di vista tecnologico il sito sembra piuttosto aggiornato. Si entra con lo SPID o con la CEI e in un battibaleno ci viene data la possibilità di scegliere la questura nella quale intendiamo andare a consegnare i documenti.

Mi vengono proposte le questure di Termoli e Campobasso. Provo ovviamente con la mia città ed il primo giorno libero è dopo otto mesi. Otto mesi. Direi che ci sono tutti i requisiti per definirla una minaccia all’inalienabile diritto alla libertà personale. Vabbè, la denuncia al Tribunale dell’Aja la faremo un’altra volta.

L’impressione è che il sito non accetti più di quattro o cinque appuntamenti al giorno. E solo un giorno alla settimana. Non intendo fare facili ironie sul carico di lavoro degli impiegati statali. Ma certo c’è un problema di “produttività” che andrebbe risolto, in qualche modo. Ma tant’è. Forse qualcosa mi sfugge.
Proviamo con la questura di Campobasso.

Sono fortunato, il primo appuntamento è dopo soli sei mesi. Mi iscrivo (ripeto, l’interfaccia utente sarebbe inaccettabile per una cartolibreria di quartiere, ma lasciamo stare) e mi arriva un bel PDF (si fa per dire) con la domanda compilata e la lista dei “documenti” da portare.

Oltre al documento di identità, le foto e l’eventuale passaporto scaduto, servono due “ricevute” di pagamento.
Ora, io capisco che inviare foto e carta d’identità direttamente online potrebbe porre qualche rischio di sicurezza (ma mi aspetterei che il sito della Polizia di Stato sia adeguatamente protetto). Capisco che l’importanza del passaporto dal punto di vista della sicurezza, ma almeno i pagamenti si potevano fare online (non mi aspetto che un hacker paghi i bollettini al posto mio). Che bisogno c’è di andare alle Poste (e perché mai solo alle Poste?) per un versamento su conto corrente del quale bisogna conservare la ricevuta cartacea? Alla faccia del paperless. Mi avete appena fatto entrare con lo SPID. Grazie ai dati già presenti, mi avete proposto le questure della mia provincia, mi avete automaticamente riempito il modulo, perché non accettare anche il pagamento direttamente sul sito? La vostra religione vieta le transazioni online?

E non c’è solo il CC da pagare alle Poste. C’è anche un “Contributo amministrativo” (leggi: marca da bollo) da comprare al Tabacchino. È la forma più avanzata di pagamento mai sperimentata, subito dopo il “fiorino” di “Non ci resta che piangere”.
E il bello è che tale “Contributo amministrativo” è telematico. Cioè, la solerte signorina, tra un pacchetto di Marlboro e un gratta e vinci, digita due numeri su una tastiera e la stampante sputa fuori un francobollone adesivo su cui c’è scritto che ho pagato i 73,50 euro che devo allo Stato. Ma se perdo l’adesivo è esattamente come perdere una banconota da 73,50 euro. Lui, lo Stato, non ha la minima idea di chi abbia pagato e per cosa. In sostanza, è un servizio online che trasforma una serie di banconote in un simpatico adesivo. Si perché, attenzione, NON si può pagare il “Contributo amministrativo” con la carta di credito. Come si dice “clusterfuck” in italiano?

Perché quindi non posso pagare direttamente sul sito come si fa con qualsiasi altro servizio nel mondo? Io ho il sospetto che tutto questo servisse, a suo tempo, a dare un contentino a Poste e tabacchi che, altrimenti, visto il crollo verticale delle spedizioni postali (e conseguente tracollo delle vendite di francobolli), avrebbero visto scemare le loro entrate. Però sia Poste che tabacchini si sono già abbondantemente attrezzati. Dovessero campare solo di CC e marche da bollo, avrebbero già chiuso. Ora vendono di tutto, dalle mentine ai servizi assicurativi. Magari vendere marche da bollo è diventato solo un fastidio.

Ma veniamo al giorno fatidico dell’appuntamento: ore 10:15 del 17 gennaio 2023. Arrivo come mia abitudine in clamoroso anticipo, ma essendo un cittadino ligio alle regole, mi presento al gabbiotto posto all’ingresso solo alle 10:10. Il poliziotto di guardia mi dà un numerino. Sì, esattamente lo stesso numerino che prendete al banco salumi del supermercato.

Ma se ho un appuntamento alle 10:15, a che serve il numerino? Ce ne sono altri con un appuntamento esattamente alla mia stessa ora? Apparentemente no. L’ufficio è deserto come un negozio di calamari da acquario. Non ci sono né “clienti”, né “commessi”. Non c’è proprio nessuno. Dopo dieci minuti, una signora emerge dal retrobottega e mi chiede di cosa ho bisogno.
Fatico a trattenere la battuta. E’ un pubblico ufficiale e non intendo sporcare la mia fedina penale proprio quando richiedo l’unico documento che mi potrebbe garantire l’espatrio.
Consegno tutto e mi dicono che il mio passaporto sarà pronto dopo 45 giorni. La signora però si premura di farmi sapere che, qualora ne avessi necessità per un viaggio imprevisto, potrei telefonare per “accelerare l’iter”. Il particolare della telefonata è importante, teniamolo a mente.

Passano i 45 giorni richiesti, anche qualcuno in più. Comincio a telefonare per sapere se il passaporto è pronto. Non ho intenzione di perdere mezza giornata e fare 140km senza la certezza che il passaporto sia davvero disponibile. Telefono decine di volte al numero indicato sul sito web della questura. Nessuno risponde. Avrò chiamato trenta volte in 24 ore. Ma quindi, se avessi avuto bisogno di anticipare la consegna?
Scrivo un’email. Mi rispondono il giorno dopo. Direi che è più che accettabile. Il passaporto è pronto e posso ritirarlo quando voglio, purché sia il mercoledì dalle 15:00 alle 17:00. Apprezzo l’elasticità dell’orario e, il primo mercoledì utile, mi fiondo.

Arrivo lì e di nuovo mi danno il numerino del bancone dei salumi. Stavolta però ha senso. Ci sono infatti almeno trenta persone davanti a me. Le procedure sono comunque celeri, si tratta solo di ritirare. Faccio però due conti. Se siamo sui 40 passaporti alla settimana, vuol dire che se ne “producono” 8 al giorno. Uno all’ora. Se ci fosse un solo addetto, sarebbe una media anche decorosa. Ma temo non sia così.
Arriva il mio turno. La signora digita qualcosa sulla tastiera e prende l’impronta digitale del dito indice con un lettore collegato al computer. Wow, quanta tecnologia! Sono basito.

Ma poi succede l’imponderabile. La signora in questione scrive, a mano, con la penna, i miei dati su un registro cartaceo e mi chiede di firmarlo. Ho appena immolato il mio indice al sistema. C’è ancora bisogno che io dichiari di aver ricevuto il passaporto su un registro cartaceo che nessuno mai andrà a consultare, sul quale non è possibile fare ricerche incrociate e che finirà al macero in pochi anni? Mah. Ci sarà un motivo. Ma a me sfugge.

Quello che non mi sfugge è invece un’altra richiesta della signora. Al momento di consegnarmi il passaporto mi dice: “Controlli che i dati siano corretti”.
Come sarebbe a dire? Quindi esiste la possibilità che abbiano impiegato 45 giorni per produrre un documento di identità riconosciuto da 190 paesi nel mondo con dentro informazioni sbagliate?