Non voglio scomodare il “grande fratello” (quello di Orwell, non quello di Canale 5), ma questa storia è un tantino preoccupante.

Ecco i fatti: qualche giorno fa, la signora Kelly Conlon ha portato sua figlia al Radio City Music Hall di New York per vedere uno spettacolo. Al momento di entrare, i distinti signori addetti all’ingresso (alti e larghi come un guardaroba) le hanno negato l’accesso. La signora Conlon ha preteso spiegazioni. Gli addetti hanno risposto candidamente che la sua presenza non era gradita perché la signora lavora nello stesso studio che sta curando una causa contro l’azienda che gestisce il teatro, cioè MSG (una holding che gestisce teatri e palazzetti e che fattura mediamente 700 milioni di dollari all’anno).

Avete letto bene. Una holding da quasi un miliardo di dollari di fatturato che si preoccupa di impedire l’accesso a chi gli è antipatico, anche se ha solo rubato la merenda al CEO quando era alle elementari.

A dirla tutta, la signora Conlon non lavora neanche alla causa contro MSG. Ma il punto non è questo. La vera notizia è ancora più grave: non è stato l’addetto alla biglietteria a riconoscere la signora Conlon. Per “ragioni di sicurezza”, MSG ha installato un sistema di riconoscimento facciale in ogni suo locale. Il sistema analizza i volti di chi sta entrando e segnala quelli che sono “marchiati” come indesiderati. La segnalazione automatica arriva ai “buttafuori” che non possono far altro che rimbalzare il malcapitato.

Ne consegue che MSG ha un bel database con le facce di tutti quelli che hanno avuto il torto di dargli un qualche dispiacere, come appunto gli avvocati in una causa per un infortunio sul lavoro (come in questo caso), o qualcuno che tifa i Brooklyn Nets invece che i New York Knicks (di proprietà di MSG e anche decisamente più scarsi), oppure la cognata del cugino del barista sotto l’ufficio che una volta ha messo troppo latte nel cappuccino del capo.

Il nostro garante della privacy… pardon… la nostra Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali avrebbe avuto un infarto alla sola notizia. Subito dopo avrebbe personalmente scudisciato il responsabile dei dati personali di MSG, in pubblico, in mezzo a Times Square. Non solo la nostra signora Conlon non sapeva di essere in quel database (anche se MSG sostiene il contrario), ma non è neanche in grado di richiedere la cancellazione del suo volto. A parere di MSG, il riconoscimento facciale è uno strumento per la sicurezza degli spettatori. Il che magari è vero. Se un terrorista volesse entrare in un teatro da duemila posti pieno di bambini, non troverei nulla di strano se il sistema lo bloccasse perché la sua faccia è stata segnalata. La presenza della signora Conlon però non mi sembra un pericolo. Lavora per lo stesso studio che cura gli interessi di un ex-dipendente che ha aperto un contenzioso. Ma anche fosse il suo avvocato, non solo non c’è motivo per bloccare l’ingresso, ma non c’è nessun fondato motivo per tenere la sua faccia nel database.

Come forse saprete, le regole UE in fatto di protezione dei dati personali dei suoi cittadini sono diventate molto più stringenti, soprattutto quando i suddetti dati sono trasferiti al di fuori della UE, come ad esempio avviene con i social network. Se il comportamento di MSG fosse dichiarato lecito dai giudici statunitensi, mi aspetterei un ulteriore giro di vite da parte della UE. E io sarei completamente d’accordo.

A proposito, oggi vorrei andare al cinema, ma temo che non mi faranno entrare perché una volta rovesciai tutti i pop-corn sulla poltrona.