Negli ultimi mesi Elon Musk ci ha praticamente alluvionato di mosse estemporanee, di strategie rivoluzionarie e di subitanee marce indietro. Ormai non fanno più notizia. L’ultima fa ancora meno notizia, almeno da noi in Italia, perché coinvolge un’istituzione statunitense che conosciamo molto poco: NPR.
Wikipedia recita testualmente: “La National Public Radio (spesso abbreviata in NPR) è un’organizzazione indipendente no-profit comprendente oltre 900 stazioni radio statunitensi. La NPR differisce dalle altre organizzazioni no-profit, come Associated Press, perché fondata da un atto del Congresso.”
In questi giorni, Twitter ha “taggato” l’account di NPR come “US state-affiliated media”, con conseguente “ottimizzazione” dell’algoritmo di diffusione dei suoi tweet. Non è il caso qui di discutere se NPR sia davvero un’organizzazione governativa simile a “China Daily” o “Russia Today”.

Quello che mi sembra stia diventando inopportuno (perdonate l’eufemismo) è che Musk possa decidere quali tweet vadano promossi e quali affossati in base a regole non scritte e basate su algoritmi che tengono conto del suo umore giornaliero. Questo, sua volta, dipende dalla quotazione di Twitter a Wall Street, moltiplicato per il numero di margherite sbocciate nel suo giardino, diviso il quadrato delle fette di salame nella sua pizza “pepperoni” della domenica sera.
La discussione è lunga e seria. I giornali hanno avuto il potere di decidere le sorti di guerre e governi per anni, poi è arrivata la televisione. Tutti se ne lamentavano, ma che giornali e Tv avessero un editore che potesse condizionare le scelte editoriali era visto come un “male” inestirpabile. Giornali e TV (quarto e quinto potere) necessitavano di infrastrutture piuttosto costose, sia per produzione che per distribuzione. Era naturale che ci dovessero essere dei capitali a tenere tutto in funzione ed era naturale, ancorché mal sopportato, che gli editori se ne approfittassero.

Perché i social dovrebbero essere diversi da giornali e tv. Direi che la differenza è lampante. Né Twitter, né Instagram, TikTok, Facebook o qualsiasi altro social media produce contenuti. I contenuti vengono dal basso, cioè dagli utenti. E si supponeva che fossero e rimanessero “democratici”, nel senso che un tweet di Ciro Esposito che svela la ricetta segreta della pizza napoletana e un tweet di Giorgia Meloni che dichiara guerra a San Marino avessero uguali chance di diventare virali. Poi il pubblico avrebbe deciso. Suppongo scegliendo il primo.

Invece no. Esattamente come per i social media cinesi, Musk pensa che l’algoritmo vada, come dire, “aiutato”. Capita così che alcuni tweet sia distribuiti meglio di altri. Siamo quindi tornati al funzionamento di giornali e alle TV. I giornali nazionali, quelli importanti, con una tiratura da centinaia di migliaia di copie veicolavano meglio notizie e idee rispetto al giornale di quartiere o della piccola associazione. Lo stesso ormai fa Twitter (e tutti gli altri), con l’aggravante che i contenuti da distribuire sono prodotti dagli utenti. E aggratise.

E’ quindi la fine della grande illusione dei social media come l’unico mezzo di espressione democratica? Paradossalmente, il loro successo è stato l’inizio della fine di questa illusione. Nel 2004, Mark Zuckerberg poteva permettersi di “scrivere” Facebook praticamente da solo, nella sua stanza. Ora costruire un sistema online di successo è mooolto più complicato. Se qualcuno volesse realizzare un sistema concorrente, avrebbe bisogno di soldi, molti soldi, e tempo. E saremmo di nuovo a bomba.

O forse no. Qualcuno ci sta provando, da anni, con poca fortuna. Ora però le mosse di Musk gli hanno dato una bella mano.

Non sono molto ottimista, ma date un’occhiata a Mastodon. Magari riuscirò a sbagliare anche questa previsione. Ci conto.