Cominciamo con una massima: “Il cloud non è un backup… qualche volta aiuta, ma non sempre.”
Erano anni che non mi capitava un problema al computer, uno di quelli che ti costringono a piallare il disco, immergerlo nella candeggina, centrifugarlo in lavatrice e poi reinstallare tutto.
L’ultima volta sarà stato dieci anni fa. E invece l’altro ieri il mio MacBook Pro ha pensato che fosse ora di una bella pulizia di primavera. Da quel momento, tutti i programmi che usano continuamente il disco anche in background (Docker, Google Drive, ecc.) hanno cominciato a segnalarmi disperatamente che avevo finito lo spazio sul disco. Invece il sistema operativo mi diceva con aria innocente che avevo ancora 150GB liberi e che potevo continuare serenamente ad accumulare tavole di fumetti degli anni ’60.
Passo tutta la mattinata a tentare di riparare il disco. Non sembrava “fisicamente” rotto. L’impressione era che qualche tabella, indice, non-so-cosa che tiene traccia dei file sul disco era passato a miglior vita. E l’utility disco della Apple non ne veniva a capo.
Avevo il backup? Certo che sì. Sappiate che io sono l’anonimo autore della 2a Legge del backup: “Two backups are megl’ che one”. Avevo quindi Time Machine e qualche altra copia integrale, file per file, che solitamente faccio a Natale, Pasqua e Ferragosto.
E perché faccio queste copie invece di fare affidamento solo a Time Machine?
Perché uso iCloud.
E perché iCloud (o qualsiasi altro cloud) è un problema?
Perché se il file sta nel cloud, non è detto che sia anche fisicamente sul disco. In questo modo possiamo avere a disposizione molti più file di quelli che entrerebbero sul disco.
E se un file non sta sul disco, quell’icona che vediamo cos’è?
Un semplice segnaposto. Un file di pochi byte che dice: “qui ci sarebbe il tuo file da 30 MB, creato con sangue, sudore e lacrime, ma al momento vive sereno su un server in Nebraska. Se ti serve, basta un doppio clic e, tempo dieci secondi, te lo trasferisco.”
Tutto bene quindi?
No.
Solitamente i programmi di backup, compreso Time Machine, non hanno idea che quell’icona non è il vero file. Per cui fanno il backup di quel segnaposto, non del file vero. Va beh. Che sarà mai, sul cloud il file c’è ancora.
E se cancelliamo quel segnaposto per errore e di conseguenza si cancella anche quello del cloud? Dopotutto, ci aspettiamo che tutto sia sincronizzato, nel bene e nel male. E ancora, se il data center viene raso al suolo da un drone di 300 euro? In entrambi i casi, ci ritroviamo il backup di un bel segnaposto che porta ad un file che non esiste più.
Insomma il cloud non solo non sostituisce il backup, ma può rendere anche il backup tradizionale sorprendentemente fragile. Insomma, un potenziale dramma.
Come si può risolvere? Esistono programmi di backup che, invece di backuppare il segnaposto così com’è, chiedono al cloud di scaricare il file, lo copiano, e poi lo rilasciano in modo che al suo posto torni il solo segnaposto. Lasciano quindi le cose come le hanno trovate.
C’è un “ma”. Questa operazione, file per file, è più lenta del disbrigo di una pratica edilizia in Comune. Se i file sono migliaia, possono volerci giorni o anche settimane.
Ed è quello che mi è successo qualche giorno fa. Stavo proprio usando Parachute, un’applicazione di una società austriaca, che fa esattamente questo: file per file, li scarica, li copia, e li rilascia. Per decine di migliaia di file.
E ho il forte sospetto che dopo 48ore consecutive di scarica, copia, rilascia, sia stato proprio Parachute a incasinarmi il disco. Insomma, paradossalmente, proprio il backup sembra essere il colpevole di una perdita di dati.
Dopo una giornata a invocare santi e divinità laiche, ho ripristinato la maggior parte dei programmi e tutti i documenti. Ora ho un computer così pulito che temo di sporcarlo installando Chrome.
Se tra un mese scoprirò di aver dimenticato qualcosa di importante, leggerete sui giornali di un signore anziano che con una mazza da baseball ha distrutto tutti i computer nell’ufficio di una società di software a Millstatt am See, ridente cittadina termale in Austria.