Bellezza o funzionalità

16 Ottobre 2009
Autobus anni 50
Il"genio" che progettò il terminal autobus della mia città si dimenticò di pensare ad un bar. Ma il massimo è stato progettare gli stalli come normali parcheggi a spina di pesce, per cui sarebbe stato impossibile scendere e salire agevolmente. Ora il bar c'è. E per gli stalli, se ne usa uno sì e uno no.

Proprio non si possono avere entrambi?

Giorni fa ho visitato il terminal autobus della mia città. Dovevo prendere un pullman per Roma. Era la prima volta che mi capitava e, visto che il mezzo tardava ad arrivare, ho fatto qualche considerazione sulla struttura.

Il terminal non ha più di dieci anni. E’ tenuto male, flagellato da graffiti e vandalismo spicciolo. I bagni sono inguardabili, non c’è un minimo di ente, società, organizzazione che sovrintenda al traffico per cui è impossibile sapere se un autobus è in ritardo o sta per partire. Ma di questo parleremo un’altra volta, non è l’argomento di oggi.
La cosa che mi scandalizza è la mancanza del bar. Ma non è che manca perché nessuno ha pensato di aprirlo. Non ha neanche chiuso per mancanza di clienti. Non c’è mai stato e non potrà mai esserci perché non c’è posto. Chi ha progettato la struttura se n’è dimenticato. Si è dimenticato di riservare una cinquantina di metri quadri, anche quaranta, ma pure trenta, abbastanza per un baretto con una macchinetta del caffè ed un posto dove mettere due giornali.

Se n’è dimenticato. Cosa volete, aveva altro da pensare. E poi, lui magari ha studiato da architetto, mica poteva rovinare la sua splendida opera architettonica a metà tra Oscar Niemeyer, Alvar Aalto e Santiago Calatrava. Mica poteva inquinare le sue pregiate linee stilistiche, frutto di anni di studio e notti insonni, con un banalissimo bar! Magari poi il gestore avrebbe tirato fuori l’insegna della Peroni, un cartello del caffè Segafredo e due manifesti dei gelati Eldorado. L’infingardo avrebbe messo anche dei tavolini rovinando il colpo d’occhio. Dopo che lui aveva scientemente e sapientemente evitato di inserire una qualsiasi forma di arredo che consentisse ai passeggeri di sedersi. Sarebbe stato un colpo durissimo alla sua arte.

Al diavolo i viaggiatori! Dopo tutto non sono altro che pezzenti che non possono permettersi la macchina, vecchietti che trasportano a fatica una valigia di cartone o studenti nullafacenti sempre in bilico fra l’impreparato ed il filone strategico. Figurarsi se gente del genere spende i suoi soldi per un caffè o addirittura un giornale.

L’arte è arte e non va mischiata con la praticità, l’usabilità e soprattutto con il buon senso. L’artista non può, non deve avere vincoli. L’artista inventa, crea. Da un foglio bianco dà vita ad un miracolo di forme. La forma è divina, la sostanza è umana, anzi, roba da bassa umanità.

Il nostro terminal zen è invidiato da tutti. Un terminal minimalista, molto giapponese, più Osaka che Tokio. Niente bar, venti parcheggi, forse meno, stalli per gli autobus grandi quanto un autobus. Purtroppo però l’arte non è compresa alle nostre latitudini. E non siamo neanche giapponesi. Quegli idioti miscredenti, senza arte né parte che hanno messo in funzione il terminal, nel vedere gli stalli così piccoli, così vicini, con gli autobus che quasi si toccavano, hanno pensato di usarne uno sì ed uno no, altrimenti non c’era neanche lo spazio per far salire i passeggeri. Ecco, così si rovina l’arte! E’ sbagliando il punto di vista che non si vede il pensiero dell’artista.

Non è lo spazio ad essere piccolo. Sono i passeggeri ad esseri troppo grossi.
Invece di allargare lo spazio, si dovevano restringere i passeggeri, magari farli somigliare di più ai piccoli giapponesi. O ancora meglio, perché rovinare l’arte con la sua funzione? Fosse rimasto inattivo, il terminal sarebbe stato uno splendido monumento, algido, pulito, maestoso.

Senza i passeggeri a rovinarlo sarebbe un capolavoro!

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