Mi aggiungo anch’io, buon ultimo, alla lunga fila di commentatori che hanno espresso la loro opinione sulla decisione di Meta di interrompere il “fact-checking” sulle sue piattaforme.
Giornalisti e commentatori saltuari, oltre a influencer più o meno velatamente sponsorizzati, hanno fortemente criticato la decisione o esultato come per un gol al 96esimo.
Dal mio personalissimo punto di vista posso solo dire che, così com’era, il “fact-checking” non funzionava granché. E comunque era un sistema piuttosto fallace, perché dava a pochi la patente di giudice e boia, col rischio che temi, notizie o teorie “innovative” (vi prego di considerate il termine in maniera molto larga e senza connotazioni negative o positive) venissero bollate come “fake-news” e, di conseguenza, bannate dalla piattaforma.
D’altro canto, lasciare la totale libertà di inventarsi le teorie complottiste più improbabili e, in molti casi, farneticanti, non va neanche tanto bene.
E non va bene perché gli algoritmi dei social network mirano proprio a incentivare il traffico. Cioè, più gente interagisce (like, commenti, ecc.), più un contenuto diventa virale. Come ho già scritto in altre occasioni, il paradosso è che, anche chi non è d’accordo con il contenuto di un post, commentandolo negativamente, finisce per fare il gioco di chi l’ha postato.
Faccio un esempio: su Facebook, molti reagiscono con l’emoji della risata per indicare scherno o derisione, cioè per dire che il contenuto è “ridicolo” (quindi inattendibile e/o non degno di essere preso in considerazione). Ma per Facebook, quell’emoji significa che il contenuto è “divertente”, non “ridicolo”.
Quindi, quel post diventa ancora più virale. Nel caso dei commenti, anche i più “ridicolizzati” finiscono per salire tra i più “piaciuti”, rendendoli ancora più diffusi e letti.
Insomma, passi pure che ognuno pubblichi le corbellerie più atroci e improponibili. Ma cambiamo almeno l’algoritmo che ne decide la viralità. E magari aggiungiamo anche reazioni negative, così da consentire agli utenti più “equilibrati” di esprimere il loro dissenso con un click senza che questo ne aumenti ulteriormente la diffusione.
I social che usano questo sistema ci sono già: Reddit e Youtube (e magari altri che mi sfuggono). Ad esempio, su Reddit, post e commenti possono essere “downvotati” o “upvotati”, consentendo alla maggioranza degli utenti la possibilità di far scendere fino all’oblio post e commenti che sono manifestamente idioti o provocatori.
Ma non solo. Ciascun utente può decidere di vedere i post ordinati secondo un algoritmo che fa la tara di consensi e dissensi, mettendo in testa quelli “migliori”, oppure, più banalmente, ordinarli dal più votato al meno votato, oppure ancora ordinarli dal più controverso in giù (quindi mettendo in evidenza quelli che hanno sia molti upvote, che molti downvote).
Oppure ancora, l’utente può scegliere di vedere solo i nuovi post, quelli cioè più recenti, anche se non hanno ancora alcun voto.
Insomma, pur non essendo perfetto, il sistema mi sembra estremamente più democratico e meno pericoloso dell’attuale algoritmo dei vari Facebook, Instagram, ecc.
Tutto questo mio argomentare però ha due grossi difetti:
Insomma, se siete arrivati a leggere fin qui, è abbastanza chiaro che sono piuttosto pessimista sull’uso spregiudicato dei social nei prossimi anni. Siamo già oltre il concetto di “populismo”. Le future elezioni saranno vinte o da chi urla, insulta e propone ricette facili per problemi molto complessi, oppure da chi ha più denaro da investire in organizzazioni che generano post e commenti fasulli.
La vedo dura.