Impara l’arte

22 Marzo 2010
Impara l’arte
Questo post è un po' da "addetti ai lavori" e i "lavori" sono le gare degli Enti Pubblici, che spesso tiranneggiano le aziende che partecipano con regole astruse e del tutto inutili, del tutto incuranti del lavoro che ogni azienda mette nel creare la propria offerta.

Bisogna sempre ispirarsi a che è più bravo

Preambolo ad uso e consumo esclusivo di chi non ha idea di come funzionino le forniture di servizi ad Enti Pubblici. Voi che lavorate in aziende private, quando avete bisogno di una cartuccia di inchiostro per il fax, allungate dieci euro ad un collaboratore e lo mandate in negozio e non chiedete neanche lo scontrino.
Negli Enti Pubblici (purtroppo o per fortuna) non è così semplice. Per ogni cosa è necessario seguire una trafila più o meno complessa che garantisca che il prezzo sia corretto, che i fornitori siano scelti imparzialmente e che qualcuno non approfitti della situazione per ricevere vantaggi personali.

Quando poi c’è da comprare qualcosa di più costoso di una cartuccia, ad esempio un portale web, allora la faccenda si complica ancor di più. E’ necessario redarre un capitolato, in italiano sarebbe una specie di lista delle cose che bisogna fare e produrre, con tutta una serie di adempimenti, in qualche caso sensati, in molti altri piuttosto cervellotici a cui bisogna obbligatoriamente sottostare per non venire sbattuti fuori con ignominia.
Si tratta di bandi di gara quindi piuttosto articolati che richiedono un significativo impegno da parte delle aziende. In primo luogo bisogna capire cosa vuole il committente, leggere tra le righe del bando quanto certe esigenze siano davvero sentite, quali invece siano solo accessorie. Fare mille congetture, impegnare giornate e giornate a scrivere progetti che tengano conto delle richieste ma che al tempo stesso risultino originali ed accattivanti. Giornate di lavoro di una , due, anche quattro persone. Giornate di lavoro che nessuno pagherà mai, perché vincere una gara non è semplice. I concorrenti sono tanti ed agguerriti e magari conoscono meglio di noi il committente.
E’ quindi normale che a fronte di un lavoro, anche fatto bene, alla fine si arrivi secondi e nessuno potrà mai ricompensare l’impegno profuso. In altre parole, un lavoro buttato.
Ma questo lo sappiamo bene. Lo teniamo in conto. E’ quello che in altre occasioni si chiama ‘rischio d’impresa’.

Ecco, ora possono cominciare a leggere anche quelli che conoscono alla perfezione i meccanismi pubblici.

L’altro giorno il nostro fax ha sputato un documento che riportava la testata di un Ente pubblico a cui avevamo inviato un nostro progetto, sollecitato da un loro bando di gara. Eravamo stati bravi. Un bel progetto, originale, intrigante, eravamo ottimisti. I timbri c’erano tutti, la ceralacca aveva un bel rosso vivo e le firme erano disseminate su ogni pagina del documento e ogni lembo della busta. Come dicono in Nuova Guinea: “il filo era a filo ed il piombo era a piombo”. E il muro? Storto.

Leggiamo il fax e questo recitava nel più becero burocratese che la gara, per motivi che non deve interessarci conoscere, era stata annullata. Sdegno e sconcerto nella nostra redazione, propositi di vendetta, qualcuno ipotizzava di far trovare una testa di cavallo nel letto del Presidente dell’Ente in oggetto, altri si limitavano a progettare l’invio ai giornali di lettere anonime che dissertassero su simpatiche abitudine notturne del responsabile del procedimento. Naturalmente le storie erano inventate, ma intanto instillavano il dubbio.
Io no. Ho un carattere diverso. Cerco di imparare da chi è più bravo di me. Mi ispiro, prendo esempio e poi applico in prima persona.

Stavo giusto pensando di ristrutturare l’ufficio, ma non sono ancora sicuro sul come e soprattutto sono indeciso se interpellare un architetto o se inventarmi progettista. Questa vicenda mi ha però acceso qualche lampadina: indico un concorso, metto in gara tra loro i migliori architetti d’Italia, anzi estendo anche a Francia, Inghilterra e Alto Volta. Chiedo loro di prepararmi un progetto, predispongo un modesto budget per i lavori (non è il caso di scialare), ma prometto una somma insensatamente alta per il compenso al progettista vincitore.

Arriveranno sul mio tavolo decine di progetti, li esaminerò con cura ed attenzione. Ne sceglierò uno, il più bello, originale, innovativo.
A quel punto invio un bel fax a tutti i partecipanti del concorso, un paio di righe per comunicare la mia decisione: “Egregi signori, stante la perdurante crisi di vendita delle mele cotogne sul mercato nigeriano, la commissione giudicante ha ritenuto opportuno annullare il concorso. I vostri progetti vi saranno restituiti non appena avremo finito di fotocopiarli.”

Vorrei che si notasse come la nostra deontologia professionale ci imponga di dettagliare una motivazione sensata all’annullamento.

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