Una storia piccola piccola sui servizi minimi minimi

19 Settembre 2009
Bagni in una stazione
Due commenti su questo post. Ancora oggi, non si possono acquistare biglietti per un treno oltre l'orario programmato di partenza, anche se è in ritardo di ore. Ancora oggi, non so se il bagno non ci fosse davvero o se ero io ad essere nel pallone più totale, tanto da non vederlo.

Ho visto cose sui treni che voi umani…

In un lontano periodo della mia vita sono stato assiduo cliente delle Ferrovie dello Stato. Le nebbie che avvolgono la memoria e la nostalgia di un’età irripetibile non riescono ad offuscare i ricordi delle angoscianti disavventure patite sui treni durante i miei anni di università.
Una volta conquistato il mio primo mezzo a quattro ruote giurai sulla tomba del mio canarino che non avrei più rimesso piede su un treno.
Ora non ricordo neanche più come si chiamava il mio canarino, perciò mi sono sentito autorizzato a rompere il solenne giuramento ed ho ripreso, timidamente, a viaggiare in treno. Le prime esperienze sono state esaltanti: treni nuovi, veloci, quasi puntuali. Qualche piccolo inconveniente l’ho avuto, è vero, ma tutto sommato il servizio mi sembrava quasi da paese civile, quasi.

L’altro giorno arrivo trafelato alla stazione di Pescara. Erano le 20.20. Ero in ritardo di venti minuti ma coltivavo la speranza che il mio treno fosse in ritardo. Il tizio che da lassù si diverte a muovere le leve dei nostri destini aveva tempo da perdere e voglia di scherzare. Esattamente trenta secondi dopo aver messo piede in stazione viene annunciato l’arrivo del mio treno, che fortuna!.
In una stazione enorme, praticamente deserta, la voce di una giovane est-europea, probabilmente polacca, rimbombava come in una cattedrale gotica di Danzica. La ragazza discuteva con sicuro cipiglio con l’addetto alla biglietteria sulla convenienza delle tariffe e sulla scomodità degli orari. Era in compagnia di altri due giovani a cui evidentemente faceva da interprete. Non c’era nessun altro in fila, dopo sarebbe toccato a me, ma il treno sopra la mia testa sarebbe ripartito in un minuto o due.

Mi fiondo allora sulla biglietteria automatica. Quegli orrendi scatoloni di metallo, con un monitor tacc’ scrin che ti fanno scegliere la destinazione, la classe, il colore dei capelli del vicino di posto e ti stampano il biglietto. Quei cosi che hanno un’interfaccia grafica disegnata da un bambino di otto anni ed il software scritto da un impiegato del catasto.
Scelgo la mia destinazione e scopro con orrore che il mio treno non è nella lista. Il motivo, suppongo, è semplice: essendo trascorso l’orario di partenza, il programma, giustamente, mi impedisce di acquistare un biglietto per un treno (teoricamente) già partito. Peccato che il treno in questione fosse ancora sul binario sopra di me. Ma non potevo pretendere che lo scatolotto fosse anche connesso al sistema informativo di Trenitalia. O potevo?

Non avevo tempo neanche per insultare il progettista della infrastruttura software. Dovevo acquistare il biglietto. Tra l’altro avevo anche un’esigenza fisiologica arretrata da assolvere che aumentava il pathos, l’ultimo ‘alleggerimento’ risaliva a otto ore prima, ma non avevo tempo per queste sciocchezze. Torno alla biglietteria ‘umana’. La tizia polonese aveva alzato di qualche decibel la conversazione, l’addetto dall’altra parte del vetro sembrava mostrare un remotissimo segno di fastidio. Buon segno. Attendo qualche secondo, nel frattempo l’altoparlante gracchiava la partenza del treno. L’esperienza mi diceva che disponevo ancora di pochi secondi, forse un minuto.

Finalmente il terzetto venuto dal freddo si allontana manifestando visibilmente insoddisfazione e minacciando l’addetto di scegliere l’autobus invece che il treno. L’addetto non sembra essere particolarmente scosso dalla minaccia, ma si gira verso un bottone e lo preme con manifesta soddisfazione. Sono davanti allo sportello, mi distraggo un attimo nel guardare il biondo trio che si allontana, un secondo, forse meno. Quando mi giro vedo una tenda bianca che scende silenziosa a separarmi dalla vista del bigliettaio.

Mi hanno chiuso la porta in faccia. Non ero più in grado neanche di vedere il prode impiegato, ma lui poteva sentirmi. Eccome se mi ha sentito. Mi hanno sentito tutti in quella cattedrale vuota. Mi avranno sentito anche al piano di sopra, nonostante il rumore del mio Eurostar che sferragliava alla volta del sud.

Ritorno alla biglietteria automatica per acquistare il biglietto per il treno successivo, c’era da aspettare un’ora, ma poteva andarmi peggio. Combatto ancora contro quell’interfaccia. Inserisco la carta di credito una decina di volte, il bancomat un’altra decina, poi quando lo tiro fuori per l’ultima volta e mi volto alla ricerca di un oggetto sufficientemente pesante da scagliare contro quel monitor, finalmente appare la scritta ‘transazione eseguita’.

Prendo il mio biglietto e mi avvio verso i bagni. C’era ancora da risolvere quel problemino.
Non arrivo neanche alla porta e leggo che senza 50 centesimi non vado da nessuna parte. Naturalmente la gettoniera, recuperata da un flipper degli anni ’60, non dà resto e, indovinate, non ho con me 50 centesimi. Arrivo al bar, prendo una pizza ed una coca assicurandomi di avere del resto sufficiente.

Mangio in fretta quella suola di scarpe tiepida che loro spacciano per pizza e mi dirigo con passo celere alla toilette. La ‘situazione’ cominciava a diventare insostenibile.
Spingo con forza la porta a vetri che mi separa dall’odiata gettoniera, ma quella non ne vuole sapere di lasciarmi passare. Spingo più forte. Più forte. Niente. Scopro con sommo raccapriccio che non sono solo le biglietterie a chiudere. Chiudono anche i bagni.

Mi vado a sedere interrogandomi sul senso di tutto ciò. Capisco le biglietterie. Vogliono risparmiare riducendo il personale. Ma i bagni sono automatici. Non c’è personale. A meno che non vogliano farmi credere che questi vengano puliti da qualcuno. E se vogliono farmelo credere, dovranno impegnarsi parecchio!

Mi vado a sedere sul mio treno, è nuovo, bei colori, pulito. I bagni non saranno neanche male. Aspetto diligentemente che si metta in moto. Si sa, è probito usare i bagni con il treno fermo in stazione ed io sono uno ligio alle regole.
I pochi passeggeri mi fissano con una certa insistenza. Devo avere qualcosa fuori posto. Forse uno strappo nei pantaloni o la cravatta dietro le spalle. O forse è l’innaturale accavallamento di gambe.

Il treno parte. Mi alzo di scatto e raggiungo con quattro passi l’atrio dove ci sono le toilette. Dove dovrebbero essere almeno. Ma non c’è neanche una porticina. Saranno dalla parte opposta. Corro di là fingendo la migliore disinvoltura possibile. Niente. Passo alla carrozza successiva. Niente. Non ci sono bagni. Oppure li hanno nascosti molto bene. Oppure sono nel pallone più totale e non li vedo. Come è possibile?

Mi convinco che sono io a non vederli. Decido di non interpellare il controllore. Se la risposta fosse stata negativa ora starei scrivendo queste righe con le unghie sul muro di una cella di isolamento.
Meglio un’altra ora di attesa.

Rifletto su cosa distingue un paese civile da uno che tale non è. Ammetto che la reperibilità dei bagni non è un indicatore sufficiente. Ma è certamente universale, indipendente da razza e cultura.

Mi pare evidente che in un’ipotetica classifica di serie A, dopo anni di salvezze stentate, ora siamo in piena zona retrocessione.

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