Certificati andata e ritorno

26 Settembre 2011
Pergamena con ceralacca
Dopo quasi dodici anni, la situazione non è cambiata molto. Lo Stato continua a chiedermi informazioni o pezzi di carta che devo andare a prendere da altre organizzazioni, sempre statali, quando non addirittura dalla stessa entità. Non ci libereremo mai dalla carta, temo.

Pensavo che non sarebbe mai arrivato quel giorno.

Pensavo non sarebbe mai arrivato il giorno in cui sarei stato costretto a difendere Brunetta. Eppure è arrivato.
Pensavo fosse un evento mitico, probabile come un unicorno che passeggia nel parco della mia villa tra folletti viola e puffi arancioni (tra unicorno, elfi, puffi e villa è quest’ultima la più improbabile).

Provoco: il povero ministro tascabile ha detto una cosa sensata, quasi ovvia, direi addirittura auspicabile. Ha solo avuto il torto di usare un esempio improvvido. E’ assai probabile che non sia stata una distrazione. Era assente dalle prime pagine e dai lazzi di twitter da troppo tempo. Forse la crisi di astinenza da insulto si era fatta insopportabile.

Ma veniamo al punto: il nostro ministro per la Pubblica Amministrazione ha solennemente dichiarato che i certificati antimafia sono un retaggio del passato. Ottima mossa per finire lapidato sulla pubblica piazza, meno buona per ottenere il risultato atteso, cioè togliere di mezzo un po’ di carta.

Quello che voleva dire, pare, è che è perfettamente idiota che lo Stato, prima di affidare un contratto, chieda ad un’azienda di andare a procurarsi un certificato che lo Stato stesso verga, firma e timbra. Lo Stato può benissimo richiederselo e fornirselo da solo, senza che io mi debba sbattere per richiederlo, ritirarlo e consegnarlo.

C’è anche l’indubbio vantaggio di impedire che il certificato sia ritoccato o addirittura prodotto di sana pianta. Sarebbe un reato, certo. Ma non so perché, non credo che un mafioso vero, uno di quelli che scioglie nell’acido anche chi guarda con troppa intensità il suo SUV, si ponga il problema di una bacchettata sulle nocche per una banale falsificazione.
Il ‘certificato’ sarebbe intangibile, correrebbe sulle reti della Pubblica Amministrazione, velocemente e senza stress per aziende e cittadini.

Il nostro caro ministro poteva usare mille altri esempi: il durc, i certificati di residenza per le patenti, i certificati di famiglia per le scuole, anche le certificazioni di reddito per le esenzioni dalle tasse universitarie.
Sono tutte informazioni che lo Stato chiede a noi, noi dobbiamo andarle a chiedere allo Stato ed infine dobbiamo portarle, non sgualcite, allo Stato stesso. A pensarci bene, è da dementi.

Quando partì il famoso piano di eGovernment, quasi dieci anni fa, uno degli obiettivi era proprio questo: fare in modo che le pubbliche amministrazioni (INPS, Comune di Forlimpopoli, Istituto Tecnico per Maniscalchi di Vergate) potessero richiedere ed ottenere le informazioni tra loro, in maniera automatica, attraverso la rete, con tutte le sicurezze del caso. Senza passare per noi e senza produrre carta. Obiettivo ampiamente fallito.

I detrattori più irriducibili probabilmente mi contesteranno cupi scenari da Grande Fratello (quello di Orwell, non quello di Mediaset).

Dissero lo stesso quando inventarono quella macchina diabolica chiamata telefono.

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