Una serena vecchiaia

4 Gennaio 2011
Una serena vecchiaia
A dodici anni di distanza potrei scrivere questo post esattamente allo stesso modo. Anzi. Potrei quasi affermare che si è rivelato profetico. È vero, dove lavoro ora sono circondato da colleghi appena laureati, preparatissimi, che mi danno una pista su molte cose. Ma trovarne di così buoni è sempre più complicato.

Nei commenti dell’epoca, alcuni lettori mi fecero notare che il mio tono sarcastico non era chiaro. In effetti, qualcuno poteva pensare che io davvero ritenessi inutile la capacità di usare correttamente la propria lingua. Ho però deciso di lasciare il testo così com’era. Spero fossero solo lettori poco abituati al mio stile.

Quando ci si può dichiarare ufficialmente vecchi?

Superati i 45? I 50? O quando si va in pensione?
O forse non bastano i parametri anagrafici, forse si diventa vecchi quando di comincia a fare le cose che abbiamo sempre visto fare ai nostri anziani: giocare a bocce, sedere su una panchina a discorrere coi coetanei, sovrintendere con le mani giunte dietro alla schiena ai lavori di riparazione di una tubatura in pieno centro o, ancora meglio, guidare con il cappello in testa.

No, non faccio ancora nulla delle cose di cui sopra. Anche se un pensierino alle bocce lo sto facendo da un po’.
Ci sono! Si comincia a diventare vecchi quando si rimpiangono i bei tempi andati e si maledice il maledetto progresso. Quando insomma si cominciamo ad inanellare la nostra collanina di tante piccole perline colorate del tipo: “di questo passo dove andremo a finire?”, “i giovani di oggi non vogliono lavorare”, “ai miei tempi …”.

Ecco, dichiaro ufficialmente che il mio ingresso nella senilità è procrastinato a data da destinarsi (per la relativa demenza però mi sto attrezzando in anticipo).
Cos’è che mi ha rivelato questa gioiosa verità? La mia favorevole reazione ad una notizia non recentissima, ma scoperta in questi giorni. Pare che gli studenti dell’Oregon d’ora in poi potranno servirsi dei correttori ortografici per correggere le loro nefandezze scritte nei test scolastici. In pratica, gli studenti dell’Oregon potranno anche non sapere come si scrive in inglese “trialometano” , tanto ci penseranno i correttori automatici a mettere vocali e consonanti al posto giusto.

Qual è la motivazione di fondo? Apparentemente inappuntabile, non si valuta come si scrive, bensì cosa si scrive; il contenuto è più importante del contenitore. Secondo i responsabile dell’Istruzione dello Stato dell’Oregon, quando quei giovani si ritroveranno nel mondo del lavoro, non avranno alcuna necessità di conoscere l’ortografia delle parole (oggettivamente più complessa dell’italiano) proprio perché potranno usufruire dei correttori ortografici. In conclusione, sapere l’ortografia fa guadagnare? No. E allora buttiamola nel cesso.

Conoscere la letteratura non ingrassa il portafoglio, sapere di Cesare, Napoleone o Mussolini non ha mai arricchito nessuno, tranne forse Enzo Biagi ed Arrigo Petacco. E allora, via! Ribaltiamo Cartesio. Altro che “cogito, ergo sum”, è tempo di “lucro, ergo sum”.
E chi sono io per confutare cotanta saggezza? E perché dovremmo accettare le calcolatrici, ammettendo di fatto l’incapacità dei nostri studenti di effettuare a mano una radice cubica di un numero decimale, e non accettare un correttore ortografico?

E così sia allora! Non è stato sempre possibile consultare un dizionario in un compito di italiano? Vada anche per il correttore ortografico, ma dirò di più, durante gli esami di Stato mettiamoci anche Google, Wikipedia, Youtube e pure Youporn. Crepi l’avarizia!

Tutte queste storie sulla pessima qualità della Scuola, soprattutto italiana, sono fandonie messe in giro da vecchi bacucchi inguaribilmente nostalgici di una gioventù perduta, cariatidi inamovibili incapaci di guardare oltre il proprio naso. E’ il progresso, è la nuova frontiera. Tutto quello che non produce fama e ricchezza deve essere bandito o, al massimo, lasciato a quei quattro sfigati occhialuti che pensano di poter cambiare il mondo leggendo Goethe e Baudelaire e che pensano a George Orwell quando sentono ‘grande fratello’.

Quanto può essere grave non saper scrivere in corretto italiano (o inglese) e non usare in maniera appropriata congiuntivi e condizionali? Ha per caso fermato l’ascesa di politici ed imprenditori? Giammai. Copiare di sana pianta da internet leggi e dichiarazioni ha forse mai nuociuto a sindaci e sindacalisti? Scrivere pezzi copincollando dai comunicati stampa senza neanche preoccuparsi di controllare ha mai fermato un giornalista? Direi proprio di no. Bando quindi agli inutili formalismi, andiamo dritti al nocciolo, impariamo finalmente ad aggirare gli orpelli, il politically correct, qualsiasi fronzolo barocco che non serva a far trillare il registratore di cassa.

Dimenticavo, c’è una ragione in più che mi spinge ad appoggiare questa legge e tutte le altre che verranno e che ridurranno ulteriormente la capacità dei nostri giovani di pensare, di ragionare con la loro testa, di succhiare linfa dal passato e produrre nuovi frutti per il futuro.

C’è una ragione fondamentale: una serena vecchiaia, un brillante futuro lavorativo senza il timore della concorrenza da parte di giovani troppo in gamba.

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