In nome della praivasi

20 Agosto 2008
numeri binari
Prima del GDPR, a regolare la privacy intervenne la legge 675 del 2008. La legge non era male, ma il risultato fu che alcuni pensavano che li proteggesse anche dai carabinieri che chiedono i documenti al posto di blocco, altri la invocavano quando non sopportavano i rumori molesti sotto casa.

Diritti lesi e rivendicati. Ma che c’entra la 675?

Ma cosa sarà mai questa benedetta praivasi?
Ho il forte sospetto che siano in molti a confonderla con la libertà personale. Altri pensano che si tratti di un baluardo inespugnabile da difendere contro tutti e contro tutto, fossero anche i carabinieri ed il buon senso, non che questi vadano sempre a braccetto.

Nella trappola ci cadono tutti. Non mi fai entrare nel Borgo perché in questo momento c’è un concerto a pagamento? Aiuto, violano la mia praivasi!
Il rumore delle discoteche entra nella mia camera da letto? Sacrilegio! La mia praivasi è stata violentata!

E ci cascano anche scrittori famosi, magari alle soglie della demenza senile, con l’evidente handicap di essere giornalisti, ma pur sempre personaggi di un certo rilievo.
Non discuto sulla liceità della richiesta di dormire tranquillo in casa propria, discuto sul termine e sulla relativa legge, ormai tirati in ballo ogni qual volta sentiamo che un nostro diritto è stato leso.

Non serve essere un giurista per dire che la famigerata legge in questione dovrebbe impedire che informazioni sul nostro conto siano diffuse senza il nostro consenso. E basta. Non mi pare che il rumore che ci entra in casa si preoccupi poi di diffondere notizie riservate sullo stato del nostro WC. Non credo che la nostra abitudine di indossare un pigiamino con Winnie the Pooh possa essere svelata al mondo dal martellante unz-unz del pub al piano di sotto che si intrufola nottetempo nel sancta sanctorum della nostra camera da letto, rigorosamente tappezzata con carta da parati a fiorellini.

No, la praivasi è un’altra cosa. Almeno quella che la Legge prova a regolare.
Insomma in nome di ‘sta benedetta praivasi si rivendicano diritti assurdi, salvo poi accettare supinamente (ma anche carponi, non so se mi spiego) clausole e postille scritte in corpo 6, in aramaico antico, che consentono a banche, assicurazioni e società finanziarie di controllare anche quanto zucchero mettiamo nel cappuccino, così, quando ci sarà da accendere un mutuo, ce lo negheranno perché siamo a rischio diabete.

PS. Lo so, lo so che “praivasi” non si scrive così. Manca l’accento sulla ‘a’.

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