Pedanteria ai massimi storici. Qui me la prendo con chi scrive “no profit” o “no stop” invece che “non profit” e “non stop”. Però è vero, noi italiani siamo così veloci ad accogliere termini anglosassoni che spesso finiamo per storpiarli o addirittura per usarli in contesti del tutto errati.

Mastichiamo male l’inglese e lo digeriamo peggio

Oggi un mio collaboratore mi faceva notare un clamoroso errore su un pagina pubblicitaria. Non ricordo, forse era un coonvegno, ma non ha importanza. L’annuncio parlava di aziende “non profit”. A parte l’evidente ossimoro (di aziende che non fanno profitto ne conosco moltissime, ma nessuna che lo faccia per scelta), mi si faceva notare il termine “non profit” al posto del più comune “no profit”.

Si, lo so, sono un pignolo pedante, cavilloso e puntiglioso. Sopportatemi. Ma qual è l’esatta dizione?
“Non profit” è quello giusto, così come “non stop” invece di “no stop”. Eppure le versioni corrette stanno cadendo in disuso. Cercando entrambi i termini su Google, limitando la scelta sulle sole pagine in italiano scopriamo che uso delle locuzioni sbagliate è diffusissimo:

Non profit 683.000
No profit 874.000
Non stop 304.000
No stop 253.000

Addirittura la dizione sbagliata “no profit” è più usata di quella corretta. A chi diamo la colpa?
Sarei tentato di prendermela coi giornalisti, sono i primi a sbagliare e a non informarsi, ma oggi non ho voglia di sparare alla croce rossa.
Diciamo pure che siamo pigri e che, effettivamente, il termine “non” è piuttosto raro in inglese. Chiunque abbia ne una minima infarinatura penserà che “no profit” abbia più senso. Niente matita blu quindi.

Il problema è che, chi lo scrive nella maniera corretta rischia di passare per ignorante. E la lingua è un animale strano. Si muove, si trasforma. Sguscia come un’anguilla nell’olio d’oliva a chi vuole imbrigliarla. E’ una cosa fluida in eterno divenire. Probabilmente in vent’anni nessuno ricorderà più la versione corretta e quella sbagliata finirà sul Devoto-Oli. Perché la lingua è fatta dagli uomini che la parlano, poi viene codificata sui libri. Non il contrario.

Abbiamo tantissimi esempi di termini stranieri usati a sproposito o addirittura inventati di sana pianta ma ormai divenuti corretti: mister (termine orrendo per indicare l’allenatore di una squadra di calcio, mentre in inglese si usano coach, trainer o manager), slip (le mutande in inglese sono pants), autostop (in inglese si dice hitch-hiking), Luna Park (ci sono molti modi per dirlo in inglese, tanti, ma non luna-park) ed altri ancora.

Dovessi scegliere il miglior esempio di anglicismo de noantri non avrei dubbi: “flipper”. Come sapete in inglese il flipper si chiama “pinball”. E da dove è uscito quel nome? Se non ricordo male, sui vecchi flipper meccanici, proprio sulle palette che respingevano la pallina c’era scritto flipper. Immagino che i ragazzi degli anni ’50 abbiano trovato normale chiamare quell’attrezzo fracassone e mangia soldi in quel modo, suonava anche bene.
Probabilmente, non appena il nome “flipper” cominciò a diffondersi, qualche vecchio musone pignolo (come me ad esempio) si inalberò contro quella stortura di chiamare una cosa in modo sbagliato. Ma la lingua è un’animale insaziabile e ci anestetizza il ricordo. Ora per noi quell’aggeggio colorato è il flipper. E non poteva che chiamarsi così, nonostante gli americani continuino ad intestardirsi a chiamarlo “pinball”.