Digitale terrestre, tecnologia terra terra

21 Giugno 2010
Digitale terrestre, tecnologia terra terra
Era il 21 giugno 2010, l'Italia partecipava ai Mondiali in Sudafrica e riuscì a pareggiare con la possente Nuova Zelanda. Ma la notizia più importante del giorno dopo fu la storia dei ripetitori del digitale terrestre in Piemonte, nuovi di pacca, che andarono in tilt per un temporale proprio tra il primo e il secondo tempo.

L’insostenibile impreparazione italica.

Pare che in Piemonte abbiano avuto un black-out sulle trasmissioni televisive. E proprio nel momento meno opportuno. Una specie di ‘mondialus interruptus’. Tutta colpa del nuovo digitale terrestre. Non è che il satellite sia poi una tecnologia tanto spaziale, ma almeno a 36mila km da terra, nella pipposfera, la corrente non va via per un temporale estivo. Lì avranno dei bei pannelli solari, tanto non ci saranno mai nuvole, né tantomeno piogge e nevicate improvvise. Pare abbiano anche risolto il problema del vandalismo, ma non è detto.

I ripetitori terrestri sono una tecnologia vecchio stile, hanno ancora bisogno della vecchia cara energia elettrica dei nostri bisnonni.
I più informati sapranno che i ripetitori sono usualmente piazzati in cime alle montagna, in modo da dominare l’area che deve essere irradiata. Naturalmente, a quell’altezza, in Piemonte, è probabile che ci sia qualche problema meteorologico in più rispetto ad un’antenna piantata sulla spiaggia di Palermo a mo’ di ombrellone. Ma questo gli ingegneri della Rai non possono saperlo.

Gli ingegneri della Rai sono iper-specializzati in elettromagnetismo, portanti, interferenze, paraponzoli ad alta frequenza ed alabarde spaziali. Non sanno nulla di isobare e correnti polari che incontrano flussi umidi nella ionosfera. Loro attaccano la spina, ma che poi, per far funzionare tutto ci voglia almeno una damigiana di corrente, questo no, non potevano saperlo.

Chissà se hanno anche fatto un bando di gara per montare quel ripetitore sulle montagne gianduiotte. A guardare i bandi dove ci chiedono l’hosting di applicazioni web, direi di no. Le specifiche dei server e delle infrastrutture di continuità e sicurezza toglierebbero il fiato ad un esperto della security della Banca d’Italia: ridondanza di tutto, doppio processore, doppio alimentatore, doppio ventilatore, doppio doppino. Ed ancora, gruppi di continuità ad onda sinusoidale anche sui mouse wireless e, per non farsi mancare nulla, anche un bel gruppo elettrogeno a gasolio montato nel parcheggio. Neanche dovessimo alimentare una sala operatoria e non un portale sulle bellezze naturalistiche dell’autostrada Parma-Reggio.

Invece, sul quel remoto ripetitore che irradiava il digitale terrestre dei canali Rai c’era una mezza batteria scarica di cellulare, buona solo per trenta secondi, ampiamente sufficiente per gli highlight della partita, ma non per i praticanti del tifo sadomaso.
Quando un fulmine ha mandato 20.000 volt sulle linee dell’Enel, a salvaguardare i trasmettitori stipati in un armadietto alla base del traliccio c’era solo un fusibile, buono al massimo per proteggere gli anabbaglianti di una smart cabrio.

Insomma, tra il primo ed il secondo tempo dell’epica battaglia tra Nuova Zelanda ed Italia gli spettatori torinesi si sono visti privare dello straordinario spettacolo dei nostri paladini in mutande che spezzavano le reni a quegli All Blacks scoloriti da un prelavaggio troppo robusto.

Ma forse non è stata opera di un destino perfido e maligno. Anzi, forse è stata proprio la mano caritatevole della divina Provvidenza. E’ stata pura misericordia, i poveri abitanti di quelle terre di cilindri e pistoni erano già troppo provati a causa dei loro pedatori locali, reduci da una stagione a dir poco incolore, neanche in chiaro-scuro, in bianco e nero, anzi, poco bianca e molto, molto nera.

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